Quello che si nasconde dentro la polvere di casa tua potrebbe essere particolarmente inquietante

A chi piace la polvere? Probabilmente a nessuno. E non solo perché bisogna toglierla continuamente e dà un gran lavoro, ma anche perché provoca allergie in molte persone. E se pensavate che il problema fosse tutto qua, vi sbagliate di grosso. Alcuni scienziati, infatti, hanno scoperto risvolti piuttosto inquietanti legati a ciò che noi chiamiamo comunemente polvere: in essa si trovano residui di pelle morta, terra, insetti, peli di animali e altro. Ma non pensate che questo sia l’aspetto peggiore, in realtà ci sono ancora molte cose che sarebbe meglio sapere. Ecco quali.

Un composto inerte?

Probabilmente siete soliti pensare che la polvere sia un composto inerte. Purtroppo (per tutti noi) non è affatto così. In realtà dietro questo semplice termine è racchiuso un intero popolo di microrganismi (microbiomi) che si muovono negli ambienti casalinghi. Non tutti, però, sono utili alla nostra salute. Anzi, secondo gli scienziati potrebbero anche trasformarsi in una minaccia ben più grave.

La polvere è viva

«C’è una vecchia credenza popolare che afferma che tutto ciò che è nella polvere è morto, ma non è proprio così. Ci sono cose che vivono lì dentro», spiega Erica Hartmann, ingegnere ambientale presso la Northwestern University. La dottoressa ha condotto il primo studio su questo tema un paio di anni fa ed è riuscita a dimostrare come all’interno della polvere vivano sia sostanze chimiche antimicrobiche che geni che provocano resistenza agli antibiotici.

Resistenza agli antibiotici?

A quanto pare non sono solo l’aria che respiriamo, i farmaci e gli antisettici a causare la resistenza agli antibiotici ma anche la polvere domestica. Per arrivare a tali conclusioni, il team coordinato da Hartman ha condotto un nuovo studio prelevando campioni di polvere in 42 impianti sportivi. La sporcizia è stata aspirata da uffici, palestre, corridoi di studi di yoga, di arti marziali, di danza e centri ricreativi pubblici. La scelta delle strutture sportive è stata dettata dal fatto che in queste – esattamente come gli ospedali – si trovano elevati livelli di sostanze chimiche antimicrobiche.

Risultati anomali

In realtà gli scienziati sono stati piuttosto stupiti nel constatare che i risultati ottenuti da una spettrometria e un sequenziamento shotgun metagenomico hanno mostrato che non vi erano solo sostanze chimiche antimicrobiche come teorizzato fino ad ora. Lo shotgun è un sequenziamento di frammenti random su un campione derivato da un pool di microrganismi.

Colpa degli antibatterici?

I ricercatori hanno scoperto che alcuni geni che contribuiscono alla resistenza agli antibiotici erano presenti nella polvere. Si tratta di marcatori genetici presenti generalmente in abbondanza dove vi sono sostante chimiche antibatteriche come il famoso triclosan. «Questi geni non codificano per la resistenza al triclosan. Codificano la resistenza a farmaci antibiotici rilevanti dal punto di vista medico», spiegano gli scienziati.

C’è un legame?

Purtroppo i ricercatori ammettono di non sapere cosa stia accadendo veramente perché i dati da loro ottenuti non possono dimostrare che questo sia l’effetto scatenato dall’utilizzo di sostanze chimiche come il triclosan e il triclocarban. «Non sappiamo davvero come siano arrivati ​​i geni o le sostanze chimiche. Possono essere arrivati ​​da strade completamente diverse e il loro trovarsi insieme potrebbe essere solo una coincidenza, tuttavia sappiamo che le sostanze chimiche antimicrobiche possono causare un aumento della resistenza agli antibiotici in altre situazioni, quindi penso che questi risultati forniscano una buona ragione per dare un’occhiata più da vicino a quello che succede nella polvere».

Un’ipotesi

Ciò che possono ipotizzare gli scienziati è che l’esposizione alle sostanze chimiche antimicrobiche stia dando vita a microbiomi in grado di sviluppare resistenza batterica. «Come minimo, i nostri risultati suggeriscono che le sostanze chimiche antimicrobiche e i sistemi microbici antropogenici interagiscono da qualche parte all’interno o intorno a questi edifici o ai loro occupanti», concludono i ricercatori.

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