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Cardiologia

Il rischio di eventi cardiovascolari aumenta dopo un’infezione da Covid

Uno studio dimostra che l’infezione da Covid-19 causa un aumento delle probabilità di eventi cardiovascolari nell’anno successivo all’infezione

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Più rischio di eventi cardiovascolari dopo un’infezione da Covid. Uno studio dimostra come la funzione endoteliale venga compromessa nella fase di convalescenza del Covid-19. Studi condotti durante la pandemia da COVID-19 hanno dimostrato che la sintomatologia di questa malattia è dovuta principalmente all’azione del virus sull’endotelio, tessuto che riveste le pareti interne del cuore e dei vasi sanguigni e modula l’aggregazione piastrinica, i processi coagulativi, la risposta all’infiammazione, regola le resistenze vascolari, protegge dall’effetto nocivo dei radicali liberi dell’ossigeno.

La sperimentazione, condotta sui pazienti COVID ricoverati nella terapia sub intensiva dell’ospedale Cotugno di Napoli, grazie a una collaborazione scientifica tra l’Ospedale Cotugno, il consorzio ITME (International Translational Research and Medical Education), creato dall’Università Federico II, in collaborazione con l’Albert Einstein Institute of Medicine di New York, e con l’importante coinvolgimento di Damor, storica azienda farmaceutica italiana, ha confermato il ruolo centrale dell’endotelio dimostrando che con la supplementazione di L-arginina, aminoacido che presiede la produzione di ossido nitrico e citrullina da parte della cellula endoteliale, si sono dimezzati i tempi di degenza ospedaliera e si è ridotta la necessità del supporto ventilatorio. Lo studio, randomizzato, in doppio cieco, controllato verso placebo, ha evidenziato come già dopo 10 giorni dall’inizio della somministrazione, il trattamento con due flaconcini al giorno di Bioarginina® (ciascuno contenente 1.66 grammi di L-arginina libera da sali) determini una riduzione del supporto respiratorio in oltre il 70% dei pazienti trattati, con un deciso miglioramento della funzionalità respiratoria.

Questo effetto ha comportato una riduzione nei tempi di degenza: 25 giorni rispetto a 46 di degenza media dei pazienti in trattamento con il placebo.

Più recentemente, l’unità di Day Hospital della Fondazione Policlinico Universitaria Agostino Gemelli di Roma che segue i pazienti con COVID-19 in fase post-acuta, ha osservato, in uno studio condotto su 658 pazienti, che a distanza di tre mesi dalla negativizzazione del test molecolare è ancora presente disfunzione endoteliale la cui entità correla con la gravità della pregressa infezione da COVID-19.

Una persistenza della disfunzione endoteliale

«A oggi, abbiamo valutato ormai più di 2.000 soggetti e abbiamo potuto vedere come in un’alta percentuale ci sia una persistenza di disfunzione endoteliale che viene misurata attraverso la reattività endoteliale con l’uso del doppler», ha spiegato il Dottor Matteo Tosato, geriatra responsabile dell’unità ospedaliera di day hospital post covid del Gemelli, nel corso della trasmissione Medex News.

Un ulteriore studio condotto dai ricercatori della Washington University e del Veterans Administration Health Care System di St. Louis (Missouri), pubblicato sulla rivista Nature Medicine, dimostra come l’infezione da COVID-19 determini un aumento delle probabilità di andare incontro a eventi cardiovascolari nell’anno seguente la guarigione dall’infezione. «Questo ci permette di distinguere quindi una “semplice influenza” dal Covid19». Come affermato dal Dottor Gaetano Santulli, Professore di Farmacologia Molecolare e di Cardiologia, Albert Einstein College of Medicine, New York, sempre nel corso della trasmissione, «un’influenza normalmente non colpisce l’endotelio, mentre tutti i fattori che servirebbero al Covid per essere internalizzato, sono espressi dalle cellule endoteliali. Per cui si può pensare che il danno a lungo termine ancora presente nei soggetti guariti dall’infezione di Covid19, sia una conseguenza del danno causato dal virus alle cellule endoteliali stesse».

Altro studio in fase di analisi, sempre in ambito di disfunzione endoteliale e L-Arginina, è volto a dimostrare un altro aspetto sul razionale dell’uso della L-Arginina: che possa cioè direttamente migliorare la funzione immunitaria delle cellule T ed avere quindi un ruolo di tipo “antinfiammatorio”. Questo, di fatto, apre un’importante prospettiva per l’utilizzo della L-arginina per il trattamento a lungo termine dei pazienti che sono stati affetti da COVID-19.

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