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Malattie genetiche rare: come si vive oggi con una diagnosi e dove sta arrivando la ricerca
Chi convive con una malattia genetica rara attraversa un cammino che comincia prima della diagnosi e prosegue per tutta la vita, insieme all’intera famiglia. Su quel cammino la ricerca scientifica incide in misura sempre più rilevante, sia nella capacità di riconoscere presto queste patologie sia negli strumenti disponibili per trattarle.
In ambito europeo viene definita rara una condizione che colpisce meno di cinque persone ogni diecimila, con la Commissione europea che ne censisce attualmente fra le 6.000 e le 8.000: di queste, circa il 72% ha origine genetica.
All’origine di ogni malattia genetica rara si trova un’alterazione del DNA presente fin dal concepimento, che può interessare qualsiasi organo e si manifesta con gravità molto diverse, nella maggior parte dei casi durante i primi anni di vita. Il quadro che il paziente e chi lo assiste incontrano oggi differisce da quello di pochi anni fa nel percorso che conduce alla diagnosi e nelle terapie a cui si può accedere una volta che la malattia ha un nome.
Cosa significa oggi convivere con una malattia genetica rara
Il paziente convive con i sintomi molto prima che la malattia riceva un nome e il rapporto con quella diagnosi prosegue per tutta la vita. La condizione riguarda l’intera famiglia, perché incide sull’organizzazione delle giornate, sulle scelte di cura e sui progetti a lungo termine. Il primo tratto del cammino, quello che porta alla diagnosi, richiede in media circa cinque anni: i sintomi iniziali somigliano a quelli di disturbi molto più comuni, motivo per cui il paziente passa da uno specialista all’altro e ripete più esami prima che il quadro si chiarisca.
Sulla durata dell’attesa incide la natura stessa delle malattie genetiche rare. Molte interessano poche persone in tutto il mondo e i medici dispongono perciò di una casistica ristretta con cui confrontare il caso che hanno davanti, senza contare che per alcune condizioni il gene responsabile è tuttora oggetto di studio.
Quando si arriva a una diagnosi, essa produce effetti su piani diversi. La famiglia riceve indicazioni terapeutiche mirate e un medico di riferimento stabile, può richiedere una consulenza genetica per valutare la posizione dei fratelli e le gravidanze future, ed entra in contatto con altri nuclei che affrontano la stessa condizione. Sul piano organizzativo, la presa in carico coinvolge di norma più specialisti riuniti in centri di riferimento spesso distanti dalla residenza, e questo comporta di programmare spostamenti e controlli con largo anticipo.
Il momento in cui la malattia riceve un nome, però, non coincide con quello in cui una cura diventa disponibile. Per un numero crescente di condizioni la causa genetica è oggi identificabile con precisione mentre il trattamento resta in fase di studio e proprio su questo divario la ricerca biomedica ha concentrato il lavoro degli ultimi anni.
I progressi degli ultimi anni
Il numero di malattie genetiche rare per le quali esiste un trattamento sta aumentando negli ultimi anni. Fra il 2025 e il 2026 sono arrivate autorizzazioni per patologie che fino a quel momento disponevano dei soli trattamenti di supporto e nuove sperimentazioni hanno preso avvio. Le autorizzazioni e gli studi appena aperti appartengono tutti allo stesso ambito, quello che la ricerca biomedica chiama delle terapie avanzate.
Fra queste, la terapia genica è quella con lo sviluppo più maturo. Il trattamento fornisce alla cellula una copia funzionante del gene alterato, oppure un gene diverso capace di supplire al suo malfunzionamento. Il trasferimento richiede un vettore virale, cioè un virus privato del proprio patrimonio genetico e reso innocuo, incapace di replicarsi e modificato perché si limiti a entrare nella cellula bersaglio e a consegnare al nucleo l’informazione terapeutica. La correzione avviene in alcuni casi fuori dall’organismo, con le cellule prelevate dal paziente, modificate in laboratorio e successivamente reinfuse. In altri, il vettore viene somministrato direttamente al paziente. I vettori lentivirali si inseriscono stabilmente nel DNA della cellula, mentre quelli denominati AAV, ricavati da piccoli virus che non provocano malattie, restano nel nucleo come elementi separati e mostrano una preferenza per determinati organi, caratteristica che consente di indirizzarli verso il tessuto da raggiungere.
Dalla terapia genica deriva una metodica più recente, l’editing genetico, che individua e corregge l’errore direttamente nel DNA, fino alla singola lettera. Il sistema Crispr-Cas9, descritto nel 2012 e presente in natura in moltissimi batteri, ha reso praticabile questo passaggio: essendo programmabile, il suo impiego su un nuovo bersaglio non comporta la riprogettazione dello strumento, e i costi e i tempi della ricerca si sono ridotti di conseguenza. Le applicazioni allo studio riguardano fra le altre la distrofia muscolare di Duchenne, la talassemia, l’emofilia B e la fibrosi cistica.
Su un principio diverso si fonda la terapia cellulare, che rientra nella medicina rigenerativa e punta a sostituire organi e tessuti danneggiati ricorrendo di norma alle cellule staminali, capaci di moltiplicarsi e di specializzarsi in tutti i tipi cellulari dell’organismo. Una volta introdotte, le staminali possono inserirsi nel tessuto malato e differenziarsi al suo interno per ripristinarne la funzione, oppure produrre molecole che avviano il processo di riparazione.
Il lavoro che porta una terapia dal laboratorio al paziente
Fra il momento in cui una terapia di questo tipo funziona in laboratorio e quello in cui un paziente può riceverla passano molti anni. Ogni terapia attraversa tappe obbligate: la ricerca di base precede gli studi preclinici, che aprono la strada alla sperimentazione clinica, e seguono poi la messa a punto della produzione e l’autorizzazione delle autorità regolatorie. Ciascuna tappa comporta costi e tempi propri, e il finanziamento deve accompagnarle tutte, perché una ricerca interrotta a metà non raggiunge i pazienti che la attendono.
Dal laboratorio all’autorizzazione, il percorso completo viene seguito da un numero ristretto di realtà, che in molti casi concentrano il lavoro su un ambito specifico. In Italia una di queste è Fondazione Telethon, che finanzia la ricerca sulle malattie genetiche rare attraverso istituti propri e attraverso progetti esterni, selezionati con una peer review certificata ISO 9001 e affidata a commissioni internazionali indipendenti.
Di recente, ad esempio, è iniziato un importante studio clinico che parte proprio dalla ricerca dell’Istituto San Raffaele Telethon di Milano sulla beta-talassemia trasfusione-dipendente, una malattia genetica del sangue nella quale un’alterazione del gene della beta-globina, uno dei componenti dell’emoglobina, rende necessarie trasfusioni regolari per tutta la vita.
Avviato a luglio 2026, presso l’IRCCS Ospedale San Raffaele di Milano e l’Ospedale Pediatrico Bambino Gesù di Roma, questo nuovo studio clinico di terapia genica punta a correggere le cellule staminali del sangue del paziente e a ridurre o eliminare il ricorso alle trasfusioni. Lo studio rappresenta una nuova tappa di un percorso di ricerca iniziato nel 2015: dopo un primo studio clinico, i ricercatori sono tornati a lavoro per ottimizzare il processo di produzione della terapia. Il lavoro dei ricercatori di Fondazione Telethon ha già prodotto terapie che hanno completato l’iter e sono oggi accessibili: il trattamento per l’ADA-SCID, una rara immunodeficienza di origine genetica, è diventato un farmaco autorizzato nell’Unione Europea; quello per la leucodistrofia metacromatica, malattia neurodegenerativa che esordisce nell’infanzia e nell’adolescenza, è disponibile dal 2020 in Europa e dal 2024 negli Stati Uniti; quello per la sindrome di Wiskott-Aldrich ha ricevuto il via libera della FDA nel dicembre 2025 e l’autorizzazione della Commissione Europea il 9 gennaio 2026.
Dietro ciascuna di queste terapie stanno decenni di ricerca e un impegno di simile durata regge soltanto se le risorse che lo alimentano restano stabili nel tempo. Si tratta di una continuità che può essere portata avanti con il contributo di tutti, attraverso modalità diverse, alcune delle quali a costo zero. In fase di dichiarazione dei redditi, per esempio, si può sostenere Fondazione Telethon con il 5 x mille, una quota dell’IRPEF già dovuta allo Stato. Scegliere in autonomia a chi devolverla, quindi, non comporta cambiamenti in termini di imposte da versare.
Espressa in pochi secondi, con una firma nell’apposito riquadro e il codice fiscale dell’ente indicato sotto, questa preferenza può incidere su programmi di lavoro che si misurano in anni.
