inquinamento coronavirus

Coronavirus, l’inquinamento è correlato a un maggior numeri di contagi?

Da tempo lo sentiamo ripetere da molte persone: l’inquinamento favorisce la diffusione del nuovo Coronavirus. Ma è proprio vero ciò che si dice o si tratta soltanto di ipotesi? Non siamo gli unici a chiedercelo ma anche diversi gruppi di scienziati che si sono messi al lavoro per esaminare a fondo il problema e le possibili correlazioni.

SARS-CoV2, non un virus qualunque

Prima di entrare nel dettaglio, è doverosa una premessa: il nuovo SARS-CoV2 non è un patogeno qualunque o, per meglio dire, non possiede dei meccanismi di trasmissione identici a quelli che siamo abituati a vedere. Molte caratteristiche, perciò, non sono state ancora comprese dagli scienziati. Né per quanto riguarda la trasmissione da individuo a individuo né per la sua reale pericolosità. D’altro canto, la relazione con l’inquinamento è stata inizialmente una mera ipotesi. Le città/regioni più colpite erano infatti, quelle con i più alto tasso di smog: Lombardia, Veneto ed Emilia Romagna.

Tutte le aree con maggior inquinamento sono state colpite?

Prima di rispondere alla domanda bisogna fare un’importante osservazione: se da un lato è vero che «la diffusione del virus si è presentata attraverso focolai circoscritti all’interno di zone della Pianura Padana sottoposte a valori di inquinamento atmosferico elevati e piuttosto omogenei, è anche vero che altre aree a forte inquinamento atmosferico, anche se prossime, sono rimaste inizialmente escluse e interessate, solo successivamente, con minor forza dalla contaminazione del virus. Si osserva inoltre, che a seguito delle disposizioni governative, la ridotta mobilità delle persone e la chiusura di molte attività produttive hanno portato ad una progressiva e significativa riduzione dei livelli di inquinamento dell’aria (PM10, PM2,5, NO2, benzene)», si legge in una nota stampa dell’Istituto Superiore della Sanità.

Incidono anche i lavori internazionali

«Va infine notato che le aree dove il virus ha evidenziato il suo più elevato impatto, sono le aree sia ad elevata densità di popolazione sia a più alta produttività del Paese. In questi territori sono presenti il maggior numero di aziende con vocazione e crescita internazionale che hanno continui e frequenti rapporti con paesi stranieri (in particolare Stati Uniti, Cina e Federazione Russa), con conseguente alta mobilità dei lavoratori. Infatti, molti approfondimenti epidemiologici in corso evidenziano proprio la componente legata ai rapporti di lavoro internazionali con il conseguente contagio diretto tra persone, oltre all’iniziale diffusione del contagio in strutture sanitarie (ospedaliere e RSA) che ha agito quale forte moltiplicatore dell’infezione, quando non si aveva notizia dell’avvenuto ingresso del virus sul territorio italiano».

Inquinamento – diffusione del virus, un’associazione corretta?

L’associazione diretta tra elevati tassi di inquinamento atmosferico e la diffusione dell’epidemia di COVID-19 quindi, non presenta delle basi così valide per poter essere confermata. Per ottenere informazioni certe, tuttavia, bisognerà svolgere studi scientifici a termine epidemia. «In tale contesto, un elemento di sicuro approfondimento potrà essere rappresentato dal ruolo dell’ambiente indoor/outdoor nel determinare lo stato di salute della popolazione, in particolare quella residente nelle aree urbane, e come questo possa aver influito sulla gravità degli esiti dell’infezione da SARS-CoV2. L’analisi dei decessi su un ampio campione di casi ha mostrato come la mortalità per COVID-19 sia stata elevata in soggetti che già presentavano una o più patologie (malattie respiratorie, cardiocircolatorie, obesità, diabete, malattie renali, ecc.), sulle quali la qualità ambientale indoor e outdoor e gli stili di vita, in ambiente urbano, possono aver avuto un ruolo».

L’impatto dell’inquinamento atmosferico

Da tempo sappiamo che l’esposizione all’inquinamento e, soprattutto, l’esposizione alle particelle sottili PM10, PM2,5, agli ossidi di azoto (NO e NO2), nonché all’ozono (O3), può determinare un insieme di effetti sanitari avversi. La Organizzazione Mondiale della Sanità (WHO) stima che nel 2016, globalmente, ci siano state circa 7 milioni di morti premature all’anno, con il 91% di queste a carico dei paesi a basso-medio reddito e relative alle popolazioni delle aree del sud asiatico, dell’area sub sahariana e dell’America latina. In Europa, invece, si stima ci siano circa 550.000 morti premature. Anche l’inquinamento indoor riveste un ruolo importante nel determinare pericolosi effetti sulla salute. Tra i fattori di maggior rischio ricordiamo i combustibili di bassa qualità usati per il riscaldamento o la preparazione dei cibi, le sostanze chimiche nei prodotti di igiene personale o per la pulizia della casa. Ma anche le sostanze per la profumazione dell’ambiente, le vernici e le pitture.

I rischi per la salute

L’inquinamento indoor e outdoor può provocare malattie non trasmissibili Non Communicable Deseases (NCD): malattie croniche del sistema cardiocircolatorio quali le malattie ischemiche del cuore (infarto miocardico, ictus cerebrale), patologie dell’apparato respiratorio, come l’asma, la broncopneumopatia cronica ostruttiva (BPCO) che porta ad una maggiore predisposizione alle infezioni respiratorie, e il cancro del polmone per esposizioni sul lungo periodo. Diversi studi hanno correlato l’inquinamento da PM2,5 al diabete, a un ritardo nello sviluppo neurologico dei bambini, e a effetti neurologici degenerativi nella popolazione adulta/anziana. Tra gli effetti a breve termine si evidenziano una ridotta capacità polmonare, un aggravamento e complicanze dell’asma e un basso peso alla nascita del bambino se vengono esposte donne in gestazione.

In città è sempre peggio

Tutti sappiamo che vivere in città porta a un maggior rischio di sviluppare malattie croniche, proprio a causa dell’inquinamento. «Vivere in aree urbane dove l’inquinamento atmosferico è elevato incide sullo stato di salute generale della popolazione, come dimostrano gli studi di numerosi gruppi di ricercatori scientifici nazionali e internazionali. L’Agenzia Ambientale Europea (EEA) ogni anno produce un report sul Burden of Desease dell’inquinamento atmosferico in Europa in base ai livelli di concentrazione dei singoli inquinanti misurati (PM2,5, NO2 e O3) dalle diverse centraline di monitoraggio dell’aria presenti nei diversi paesi (concentrazioni variabili anche in funzione delle condizioni meteorologiche e del numero e della qualità di funzionalità delle centraline). Nel report 2019 l’EEA ha stimato per l’Italia circa 60.000 morti premature per esposizione a PM2,5».

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